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Cristiano Giuntoli, fonte

IL PROSSIMO DA ACCOMPAGNARE ALLA PORTA |
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La notizia nell'aria dal fischio finale di Firenze, partita che aveva visto la Juventus subire la seconda cocente sconfitta nell'arco di sette giorni, si è tramutata in realtà nella serata di ieri: Thiago Motta, arrivato a Torino tra mille speranze nemmeno nove mesi fa, non è più l'allenatore della Signora.
Salutato solo con un comunicato di poche righe sul sito ufficiale della società (per ora nessun calciatore si è preso la briga di fare altrettanto), l'italo-brasiliano paga non solo la mancanza di risultati, sia in campionato che nelle coppe, ma anche e soprattutto il caos che si è venuto a creare all'interno dello spogliatoio.
Chi frequenta la Continassa, per lavoro o per "amicizia" con qualcuno dei protagonisti di questa triste storia, parla di un ambiente letteralmente esplosivo. I calciatori avevano ormai perso ogni fiducia nei metodi e negli schemi dell'allenatore e il carattere piuttosto inflessibile di quest'ultimo aveva contribuito a creare dei muri ormai non più abbattibili.

A destra, sul pullman della società, Thiago Motta festeggia la raggiunta qualificazione in Champions League di un anno fa, da allenatore del Bologna. Pietro Luca Cassarino, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
Allenare in una grande piazza, non è lo stesso che farlo in provincia. In passato altri nomi illustri, come Gasperini, Del Neri, Filippo Inzaghi o Zeman hanno patito il salto dalle società minori alle grandi squadre: alcuni, come il tecnico dell'Atalanta, si sono rilanciati alla grande, costruendosi una carriera di tutto rispetto, altri sono usciti dai radar, tornando ad occupare una sorta di anonimato.
Mantenendo un approccio darwiniano anche al mondo del pallone, si potrebbe quasi parlare di "selezione naturale" con solo i migliori in grado di "evolversi" e diventare tecnici affermati, a scapito dei più "deboli", rispediti in ambienti con meno pressione. Tutto vero, ma ogni situazione deve essere affrontata con i dovuti distinguo.
Thiago Motta era partito bene, un po' come quei maratoneti che presi dall'entusiasmo scattano in testa al gruppo al chilometro uno, ma alla lunga rimangnono senza fiato. Il punto più alto della stagione si è probabilmente vissuto a Lipsia, in Champions League, quando in 10 contro 11 la squadra era riuscita a rimontare un goal di svantaggio e a vincere la partita, passando dall'1-2 al 3-2.

La Red Bull Arena di Lipsia, Arne Müseler / www.arne-mueseler.com, CC BY-SA 3.0 DE, via Wikimedia Commons
In quel momento a tanti tifosi, me compreso, era sembrato lecito sognare. Finalmente, dopo tre anni di mortificazioni targate Allegri, si vedeva una squadra coraggiosa, propositiva, dalle idee chiare e a tratti persino spettacolare. Poi, come capita con i bei sogni che si fanno di notte, il quadro ha iniziato ad offuscarsi fino a portare ad un brusco risveglio.
L'ambiente idilliaco che fin dalle immagini estive pensavamo essere la Continassa, si è lentamente trasformato in un covo di veleni. Agli epurati estivi se ne sono aggiunti altri, come Danilo e Fagioli, giocatori ritenuti chiave fino a poche settimane prima (su tutti Yildiz, Conceicao e Thuram) venivano spesso inspiegabilmente messi da parte o utilizzati solo in caso di necessità, per far posto a colleghi meno performanti, ma con le stigmate dei "fedeli" al credo dell'allenatore.
Lo spogliatoio è imploso in una miriade di "clan" e correnti e, quantunque io creda ancora che Thiago Motta sia un ottimo allenatore, sono d'accordo sul fatto che solo un suo esonero poteva servire da elettroshock, a questo punto della stagione, per cercare di rianimare un gruppo dall'encefalogramma piatto.
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Douglas Luiz, insieme a Koopmeiners il simbolo del fallimento del mercato bianconero. Kolforn (Wikimedia), CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons
Non si può volere una squadra dall'età media tra le più basse d'Europa e pretendere che tutto funzioni subito a meraviglia: a Motta avrei concesso un'altra chance, l'anno prossimo, a fronte di qualunque risultato ottenuto in questa stagione, a patto però che tutto il gruppo gli avesse dimostrato fiducia incondizionata.
Tuttavia, scaricare tutte le colpe sul tecnico sarebbe ingiusto ed il primo artefice di questo fallimento (naturalmente dopo il Re Mida al contrario, John Elkann) non può che essere individuato nel direttore sportivo Cristiano Giuntoli, uno capace di far apparire degli statisti pure gli uomini mercato dell'Inter di Moratti, ai tempi dello scambio Cannavaro-Carini.
Arrivato da Napoli con le effige del fenomeno, abile a scovare talenti a poco per rivenderli a peso d'oro (proprio quello che serviva ad una società con i conti rosso sangue, come la Juventus), Giuntoli ha sbagliato praticamente ogni mossa di mercato, in entrata ed in uscita.

Murale dedicato a Fabio Cannavaro, capitano dell'Italia campione del Mondo nel 2006
Sono stato ceduti per due noccioline giocatori come Kean e Huijsen, capaci di fare le fortune delle loro nuove squadre, e nello stesso tempo importati a peso d'oro "bidoni" del calibro di Koopmeiners, Nico Gonzalez e Douglas Luiz.
La rosa è stata costruita male, senza un vice di ruolo della prima punta Vlahovic fino a gennaio e con molti altri reparti rimasti scoperti e raffazzonati in freatta con calciatori dalle qualità piuttosto discutibili (si pensi a Kelly, Veiga o Alberto Costa).
Motta ha pagato e con grande dignità si è fatto da parte, ma lo stesso dovrebbe fare Giuntoli, senza aspettare eventuali mosse societarie. Tre fallimenti in altrettante stagioni sembrano abbastanza per certificare che in quel ruolo serve altro, soprattutto ad una società impegnata in estate nell'ennesima rivoluzione.
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Da noi cera una battuta alle scuole medie, un po' volgare ma rendeva l'idea. Quando si vedevano madre e figlia insieme ed entrambe erano belle donne, di solito il più tamarro del gruppo esclamava:
Non so se tradotta in spagnolo renda l'idea, è un gioco di parole in rima in lingua italiana.