Agnelli in FIGC è un'utopia che non meritiamo

Andrea Agnelli, Quirinale.it, Attribution, da Wikimedia Commons
C'è una frase, ricondotta al celebre scrittore irlandese Oscar Wilde, che recita più o meno così:
Ogni tuo successo ti crea un nemico; per essere simpatico occorre essere mediocre.
Di certo il padrino di Dorian Gray non intendeva riferirsi al mondo del calcio, che proprio in quel periodo stava vedendo rotolare i primi palloni sui campi britannici, ma l'assunto appena citato sembra sposarsi alla perfezione con quanto accaduto in questo senso dalle nostre parti, negli ultimi vent'anni.
I vincenti, capaci di trainare il movimento nei primi anni 2000, di porsi nelle posizioni di testa in Europa in quanto a fatturato e di battagliare ad armi pari con colossi come Real Madrid, Barcellona o Bayern Monaco, sono stati azzoppati in maniera scientifica con Calciopoli, al solo scopo di lasciar vincere qualcosa al "simpatico" mediocre Moratti.
In tempi più recenti la storia si è ripetuta con Andrea Agnelli, estromesso a forza dal sistema nonostante si trattasse dell'unico dirigente italiano illuminato, capace di comprendere con almeno un decennio di anticipo la pericolosa china che il nostro movimento calcistico aveva intrapreso.
L'ex presidente della Juventus aveva cercato di avvertire tutti sui rischi della rapida marginalizzazione alla quale la Serie A era destinata in assenza di interventi concreti, ma per invidia e becero campanilismo si è preferito un'altra volta, invece che ascoltarlo, costruire un processo sportivo basato sul nulla, con il solo scopo di allontanarlo dai giochi.
Con l'affare Superlega Agnelli aveva provato a contrastare l'enorme strapotere economico dei club di Premier League, con una montagna di denari garantita dagli sponsor che i grandi club, a cascata, avrebbero fatto piovere su tutto il movimento italiano. tuttavia, anche in quell'occasione, si è scelta la pura contrapposizione ideologica, di un sistena che pur di non assecondare le idee di "uno juventino" ha preferito scavarsi la fossa da solo.
Riavvolgiamo il nastro all'indietro e proviamo a pensare: con le tre grandi squadre italiane del nord (e una quarta a rotazione, tra Napoli, Roma, Lazio o Atalanta) ricoperte dai soldi della Superlega ci troveremmo ancora di fronte oggi a scenari in cui le nostre rappresentanti vengono eliminate da avversarie turche, norvegesi e greche?
I migliori talenti italiani, così come quelli del resto del mondo, avrebbero bisogno di collocarsi esclusivamente in Premier League e presso quei tre o quattro giganti europei rimasti o potrebbero trovare degna soddisfazione, sportiva ed economica, anche nel nostro campionato?
La nostra nazionale sarebbe ancora ad un livello così basso da non riuscire più ad avere la meglio nemmeno di rivali del calibro di Macedonia del Nord o Bosnia? Di certo nessuno può prevedere il futuro o immaginare con certezza scenari alternativi ma, a sensazione, l'aver segato il ramo su cui si era seduti semplicemente per assecondare la sete di vendetta di Ceferin e le brame di potere di Gravina non si è rivelato un buon affare.
Oggi qualcuno tira fuori proprio il nome di Andrea Agnelli come prossimo presidente della FIGC. Si tratta con ogni probabilità di uno scenario impossibile da realizzarsi, visto l'attuale sistema di malaffare che governa il calcio italiano, ma anche qualora questa ipotesi fantascientifica cominciasse a trasformarsi in qualcosa di concreto, mi auguro che lo stesso Agnelli rifiuti, senza pensarci troppo.
Il calcio italiano che vent'anni fa si è consegnato ai Moratti e oggi è affare quasi privato del sistema Inter-'ndrangheta non merita, allo stato attuale delle cose, un dirigente così capace ed illuminato. A meno di non voler azzerare tutto, punire i veri responsabili e ripartire da zero.
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