Come il commissario Auricchio
Ne sono pressoché certo: da uomo di cinema e gran volpone qual è, quando il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis, se ne è uscito l'altro giorno con la sua sparata su un super campionato europeo, deve avere ripensato per qualche istante alla mitica scena del "lasciapassare", inclusa nel film "Fracchia la belva umana".
In essa, diversi uomini delle forze dell'ordine, tra Polizia, Carabinieri e Digos, si spremono le meningi alla ricerca di una soluzione che garantisca la libera circolazione al buon Gian Domenico Fracchia, la cui unica colpa è quella di assomigliare in maniera incredibile ad un famigerato criminale, conosciuto con il soprannome di "Belva umana".
Dopo qualche istante a prendere la parola è il martoriato De Simone, che espone al gruppo la sua soluzione: rilasciare al povero Fracchia un lasciapassare da esibire in eventuali controlli futuri, in modo da garantire la sua estraneità con il bandito. L'idea viene bocciata in massa da tutti, fino a quando, pochi secondi dopo, il Commissario Auricchio (magistralmente interpretato da Lino Banfi) se ne esce con una trovata: "Si potrebbe rilasciare un lasciapassare!"
Esattamente la stessa identica soluzione partorita poco prima dal suo aiutante, che questa volta tuttavia viene applaudita da tutti e diventa il cuore del resto del film. Una scena dalla grande portata comica, che tuttavia non nasconde una velata critica alla società moderna, incline ad accettare o meno un'idea o un'innovazione più sulla base di chi la propone che su quella della sua effettiva utilità.
Situazioni più frequenti di quello che si possa pensare anche nella vita reale e che anche io ho sperimentato in prima persona in una delle mie precedenti esperienze lavorative quando, dopo aver visto rifiutate dal "capo" una serie di miglioramenti da me proposti, sono stati introdotti in fotocopia qualche mese dopo, su suggerimento del figlio.
E torniamo all'inizio, perché, come accennato, questa buffa situazione si è ripetuta identica poche ore fa, quando il mondo è venuto a conoscenza delle parole rilasciate proprio dal numero uno partenopeo al quotidiano sportivo "The Athletic", appartenente alla famiglia del New York Times.
Nella sua intervista, De Laurentiis ha spiegato come il calcio, per sopravvivere alle nuove generazioni, abbia bisogno di innovazioni regolamentari che mantengano alta l'attenzione, quali l'introduzione del tempo effettivo di gioco e dei cartellini "a tempo" in stile hockey sul ghiaccio o Kings League.
Ma la vera perla è arrivata proprio sul format dei campionati nazionali, ritenuti obsoleti e sostituibili da un unico grande torneo europeo, formato dalle squadre più importanti di ognuno dei top 5 tornei continentali. Non una "Superlega", ci ha tenuto a precisare con la solita faccia tosta che lo contraddistingue, ma un "Supercampionato". Come dire, non un piatto di minestra, ma uno di pastina in brodo.
E attenzione, perché se nella Superlega rivisitata era previsto un meccanismo di promozioni e retrocessioni, nell'idea di De Laurentiis le squadre partecipanti devono essere sempre le stesse, per diritto nobiliare acquisito (per l'Italia Juventus, Inter, Milan, Roma e Napoli).
A logica, ci si sarebbe dovuti aspettare le medesime reazioni furibonde da parte della stampa o di società, come l'Atalanta, stabilmente nelle prime posizioni da anni, o il Como, da qualche stagione affacciato ai vertici del calcio italiano, poiché il progetto di De Laurentiis le escluderebbe a forza, ma a differenza di quanto accaduto ai suoi tempi con Agnelli (video qui sotto), nessuno ha fiatato.
Anzi, sono spuntate fuori persino le prime lodi, tra chi solo qualche mese fa riteneva la Super League la morte del calcio (ci ricordiamo la storiella del sogno infranto del bambino di provincia) e oggi è pronto a battersi affinché l'idea prenda corpo e si trasformi in qualcosa di concreto.
Questa situazione, che come detto trasuda comicità da tutti i pori, rappresenta purtroppo anche lo specchio dell'attuale momento del calcio italiano, pronto a combattere alla morte un manager illuminato, come Andrea Agnelli, solo per invidia o puro odio sportivo, nonostante con le sue idee intendesse portare beneficio a tutto il movimento.
Insomma, lo schema è sempre lo stesso: un'idea che viene da Torino è pessima, da Roma o Napoli apprezzabile, da Milano sponda nerazzurra addirittura da premiare. E intanto siamo fuori dal terzo mondiale di fila, ancora chiedendoci il perché.
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