L'esperimento che toglie ogni certezza

Immagine creata con Leonardo.ai
Nel 200 a.C. il celebre commediografo romano Tito Maccio Plauto scrisse e portò in scena Menecmi, opera capace di riscuotere un grande successo tra il pubblico dell'epoca. La trama si sviluppava attorno ad un equivoco, ovvero lo scambio di persona tra due fratelli gemelli, capace di sviluppare numerose situazioni comiche, tipiche della commedia degli errori.
Una delle scene meglio riuscite è quella in cui un personaggio è chiamato a simulare una sorta di malattia mentale. Negli sviluppi della stessa, Il medico che lo ha in cura non si accorge dell'inganno e riconduce erroneamente ogni comportamento del paziente, anche quelli più comuni, ai sintomi di un disturbo psichico, nel più classico bias di conferma.
Oltre duemila anni dopo, nel 1973, lo psicologo statunitense David Rosenhan condusse, sulle orme di Plauto, un esperimento piuttosto inquietante all'interno di alcuni ospedali psichiatrici americani. Vennero recrutati otto volontari, tre donne e cinque uomini, con il compito di simulare una determinata patologia psichica e studiare l'effettiva capacità dei medici curanti di smascherare un impostore e di valutare il reale grado di sanità mentale dei pazienti.

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I soggetti volontari, privi di patologie psichiche pregresse, si fecero così ricoverare, affermando di sentire delle voci provenire dall'interno delle loro teste. Tutti ripeterono ai medici dei diversi ospedali coinvolti (ne furono scelti di diversa reputazione e grandezza) la stessa versione, indicando persino le medesime parole.
Dopo qualche giorno di degenza, gli pseudopazienti affermarono di aver risolto il proprio problema e di non sentire più alcuna voce, ma secondo i professionisti che li avevano presi in cura le cose stavano diversamente. Ogni loro comportamento, dal prendere appunti al trascorrere le ore passeggiando per i corridoi in preda alla noia, veniva ricondotto, proprio come "profetizzato" da Plauto, ad una precisa diagnosi psicologica.
A ben sette di loro venne diagnosticata la schizofrenia, mentre all'ultimo addirittura una psicosi maniaco-depressiva. La cosa buffa fu che un terzo dei pazienti degli ospedali coinvolti, dopo essere venuto a contatto con i volontari dell'esperimento, si accorse della messinscena, tanto da additarli pubblicamente come giornalisti o investigatori privati.

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Sebbene i volontari si dichiarassero guariti, chiedendo di essere dimessi, le cose si rivelarono tutt'altro che facili: non solo nessuno venne riconosciuto come impostore, ma vennero obbligati a prendere degli psicofarmaci (che gettarono nella toilette) e a dichiarasi malati, dovendo rimanere in ospedale da un minimo di 7 ad un massimo di 52 giorni prima di poter essere dimessi.
Una volta pubblicati sulla celebre rivista Science, i risultati dell'esperimento suscitarono un gran clamore. Un noto ospedale, non coinvolto nell'esperimento iniziale, criticò i metodi di Rosenhan, accusandolo velatamente di aver falsificato i dati.
Secondo la loro opinione, era pressoché impossibile ingannare medici specializzati, come quelli presenti nella loro struttura, tanto da decidere di alzare il tiro e di accordarsi per una singolare sfida: nei tre mesi successivi, lo psicologo avrebbe inviato uno o più impostori presso l'ospedale, sfidando il personale a riconscerlo e smascherarlo.

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Nel periodo della sfida, l'ospedale ricevette così 193 pazienti, etichettando 41 casi come "impostori" e 42 come sospetti. Tuttavia, Rosenhan bluffò clamorosamente, non inviando in realtà nessuno.
La mente umana è un universo ancora in gran parte indecifrabile ed inesplorato, impossibile da etichettare in molti casi anche da parte di navigati professionisti. Rosenhal lo dimostrò oltre 50 anni fa ed è bene ricordarlo ogni giorno, quando ci sentiamo tentati di catalogare pensieri, comportamenti o espressioni nostre e degli altri.
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