L'unico modo per sopravvivere ai "sicari"

Immagine realizzata con Leonardo.ai
Una premessa doverosa: lo sport è così. Ci sono momenti in cui si vince, magari non meritandolo a pieno, ed altri in cui si è costretti a confrontarsi con una sconfitta, anche a fronte di un'impresa vicina a restare nella storia. Bisogna metterlo in conto ed esserne consapevoli, o molto meglio dedicarsi ad altro.
La storia della Juventus in Champions League del resto è ormai stracolma di capolavori solo sfiorati, ma abortiti ad un passo dalla loro compiutezza. Le sette finali perse, molte delle quali anche da assoluta favorita, testimoniano un rapporto con la competizione europea più importante storicamente difficile, ma nel mezzo si possono citare molti altri avvenimenti, come lo 0-3 quasi ribaltato di Madrid del 2018 o la stessa gara di ieri sera.
Dopo il 2-5 patito ad Istanbul una settimana fa, la Signora è andata vicina ad un qualcosa di epico, trascinando la gara ai supplementari, pur in inferiorità numerica dall'inizio del secondo tempo regolamentare. Come nell'andata disputata in Turchia, la fiscalità del direttore di gara si è abbattuta a senso unico, ma ormai parlare di arbitri, in un sistema calcio gestito da gente marcia fino al midollo, comincia ad apparire persino superfluo.
Il pallone oggi è questo, sempre più simile al wrestling, disciplina in cui atleti veri si allenano ogni giorno, eseguono mosse reali, spesso anche spettacolari o pericolose, ma in cui tutti i risultati finali degli incontri sono decisi a tavolino da un team creativo, che scrive il copione finalizzato a generare più interesse possibile.
Prendere o lasciare. Per molti, messe le carte in tavola, è uno spettacolo che rimane fortemente attrattivo. In fondo nessuno è obbligato a seguirlo e qualora lo si faccia è bene indossare dovuti anticorpi: inutile prendersela con un lottatore che perde, perché su quel ring ci è salito proprio per svolgere il ruolo di chi le prende, così come esagerato esaltare troppo i campioni, proprietari di una cintura "regalata" dalla dirigenza.
Nella lotta professionistica non esiste alcuna possibilità che il caso modifichi quanto concordato prima della campanella iniziale tra atleti e sceneggiatori. Si sono verificati episodi in cui un lottatore che doveva vincere si è infortunato gravemente proprio durante il match e che l'altro abbia dovuto compiere scene platealmente esagerate per lasciarsi battere comunque, ma un cambio del risultato prestabilito non è contemplato.
E qui siamo alla vera differenza, forse l'unica rimasta, tra il calcio e il wrestling: l'imprevedibilità del pallone, che sebbene l'uso scientifico e chirurgico del VAR abbia ridotto al minimo, continua ad aleggiare sulla testa dei 22 in campo come una sorta di infingarda divinità greca.
Un arbitro può anche mantenere un occhio benevolo nei riguardi di una squadra, ma se i suoi giocatori non buttano la palla nella porta avversaria, non può di certo farlo lui per loro. Viceversa, un fischietto ostile agirà nelle situazioni dubbie per mettere i bastoni tra le ruote il più possibile, ma non potrà inventarsi rigori a centrocampo o annullare a cuor leggero goal "puliti".
E così anche ieri, pur di fronte all'ennesimo arbitro poco amichevole della stagione, i bianconeri avrebbero avuto dalla loro ugualmente la chance di passare il turno, se i loro giocatori non avessero divorato goal a porta spalancata o se il portiere non si fosse fatto passare due tiri non irresistibili tra le gambe.
Le grandi squadre sono più forti anche di tutti i "sicari" inviati dai vari Gravina o Ceferin, anche in epoca VAR (anche se contro i La Penna sarebbe dura per chiunque). Le altre, purtroppo, navigano su una linea talmente sottile da venire il più delle volte travolte, in un senso o nell'altro, dagli episodi. E su questo è bene non mentire a sè stessi, perché se la "sfortuna" arbitrale degli ultimi anni sembra evidente, altrettanto deve esserlo una rosa non all'altezza.
Un'altra stagione è andata e, dando per scontato che una Juventus nei primi quattro posti non coincida esattamente con il desiderio di chi amministra il campionato, è bene concentrarsi sulla prossima e provare a costruire una vera squadra per Spalletti, una che non tema i prossimi sicari (che di certo non mancheranno), o quantomeno che abbia più chances possibili di uscirne indenne incontrandone uno.
Un portiere all'altezza (meglio due), un altro difensore centrale di livello, un centrocampista dai piedi buoni e una punta in grado almeno di segnare i goal da cinque metri. Ah, piccolo problema, dove si prendono i soldi di una rivoluzione senza la qualificazione in Champions League?
Si può provare a carpire i segreti della finanza creativa agli "amici" di Milano, ma è bene prepararsi ad una risposta del tipo "Nente sacciu..."
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