La fine del chewing gum

A destra, Antonio Conte. @cfcunofficial (Chelsea Debs) London, CC BY-SA 2.0, da Wikimedia Commons
Trenta. E' il numero che nei panni di un cittadino partenopeo amante della smorfia giocherei senza esitazione sulla ruota della mia città, almeno per le prossime tre estrazioni del lotto. Trenta è infatti il risultato dell'accoppiamento tra tre e zero, il risultato con il quale il Napoli ha lasciato l'Allianz Stadium di Torino domenica scorsa.
Ma trenta corrisponde anche alla posizione in classifica occupata dagli azzurri al termine della fase campionato di Champions League, circostanza che è valsa la clamorosa eliminazione della squadra campione d'Italia dal torneo più prestigioso d'Europa.
Trentesimi su trentasei, dietro a realtà come Bodo Glimt, Pafos e Union Saint Gilloise: al di là dei tentativi di spostare l'attenzione sulle dichiarazioni travisate di questo o quell'allenatore o su presunti rigorini non concessi, un risultato che definir deprimente appare un eufemismo.

Lo stadio Diego Armando Maradona di Napoli. Gaetano Capaldo, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons
Per acciuffare la qualificazione ai playoff per i capelli, il Napoli avrebbe dovuto battere il Chelsea nell'ultimo turno del maxi girone, impresa riuscita per un tempo, ma poi definitivamente tramontata nella ripresa, quando gli inglesi hanno potuto sfruttare una maggior freschezza atletica nonché un tasso tecnico decisamente superiore.
E' la seconda volta che una squadra italiana, campione in carica (guai a definirli "ex"), abbandona la competizione ancor prima della fase ad eliminazione diretta. Il precedente è datato 2014, circostanza in cui toccò alla Juventus prendersi sulle spalle questo poco piacevole record.
Ma il vero spunto di riflesisone sembra tuttavia un altro: chi era l'allenatore della squadra bianconera quell'anno? Proprio Antonio Conte, che tra una rosicata, una polemica e un aggiustata al ciuffo ballerino, proprio non riesce a far svoltare la sua carriera anche in Europa.
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La Juventus versione 2013-14. LauraHale, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons
Quindici anni di insuccessi e figuracce, durante i quali ha parzialmente spiccato solo la finale di Europa League raggiunta con l'Inter (ma poi persa) nel 2021, in un anno stravolto dall'emergenza sanitaria e in cui anche le regole delle competizioni internazionali subirono drastiche modifiche.
Un allenatore bravo a rigenerare i gruppi dati per "finiti", ma che evidentemente stressa a tal punto mentalmente e fisicamente le rose a sua disposizione (come testimoniato anche dalla caterva di infortuni muscolari subiti quest'anno dal Napoli) da non permettere loro di reggere il passo su due competizioni.
Con buona probabilità e a meno di clamorose rimonte in campionato, Conte si appresta a salutare anche Napoli al termine della stagione, con un titolo in più, lo scudetto conquistato nella passata stagione, ma paradossalmente con molta "spendibilità" in meno.
Un tecnico che rischia, anche a causa delle alte pretese economiche che da sempre lo accompagnano, di scivolare in un lungo periodo di stop forzato. Si dice sia la fine che fanno i "mercenari", la stessa dei chewing gum: masticati a dovere fin quando il succo è dolce, ma gettati nel primo cestino non appena l'effetto svanisce.
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