L'esordio di Bove con il Watford
Ho appena letto questa notizia e ti dico la verità: mi ha fatto fermare un attimo a pensare.
Parla del ritorno in campo di Edoardo Bove dopo 440 giorni da quel malore che aveva spaventato tutti. Se ti fermi un secondo a pensarci, 440 giorni non sono solo un numero. Sono tempo, paura, dubbi, lavoro su te stesso. Poi arriva il momento in cui ricominci: nuova vita, nuova maglia, nuovo Paese. In questo caso l’Inghilterra, la Championship, il Watford.
Sai cosa mi ha colpito davvero? Non il fatto che abbia giocato tanto. Anzi. È entrato solo nel finale contro il North End, con la maglia numero 15, giocando 11 minuti totali tra tempo regolamentare e recupero. Eppure quei minuti hanno un peso enorme. Perché a volte non conta quanto fai, ma il fatto che riesci a tornare a farlo.
La partita è finita 2-2, ma la cosa più forte arriva dopo. A fine gara, emozionato, ha abbracciato la sua compagna Martina che era in tribuna. E lì capisci che certe storie vanno oltre il calcio.
Se ti porto a riflettere su questa cosa è perché, leggendo questa notizia, mi è venuto spontaneo pensare a questo: quando attraversi qualcosa che ti spaventa davvero, tornare anche solo per poco può significare tutto. E forse succede anche nella vita normale, non solo nello sport.
Magari non devi per forza tornare subito al massimo. A volte basta rimettere piede in campo. E da lì, piano piano, riparti.

Excelente la manera como conectaste un hecho deportivo con sentimientos profundos de la vida. Te felicito.