Il giorno in cui si è festeggiato la nostra futura crisi energetica

in Italy6 days ago

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Immagine realizzata con Leonardo.ai

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E' passato circa un mese dal momento in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti si è pronunciata contro l'applicazione dei dazi generalizzati imposti dall'amministrazione Trump sui prodotti provenienti dall'estero.

Secondo i giudici, infatti, gli USA non si trovano in uno stato di emergenza nazionale, come sostenuto dal presidente e di conseguenza l'applicazione di determinate misure economiche, come quella dei dazi generalizzati, travalica i compiti dell'amministrazione presidenziale, violando di fatto norme e leggi interne.

Com'è logico immaginare, una lunga serie di partner commerciali (le nazioni europee, ma soprattutto la Cina) hanno tirato un deciso sospiro di sollievo dopo la sentenza della corte, vedendo ripristinare in sostanza la propria competitività su un enorme mercato come quello americano.

Vendere all'estero prodotti al loro normale prezzo commerciale o con un aggravio del 100% di tasse comporta ovviamente un'enorme differenza sulla capacità di porsi sul mercato rispetto ai competitor interni, ma a chi aveva giustificati motivi per festeggiare, si è unita tutta una pletora di capiscers, pronti ad accogliere con le trombette in mano la notizia unicamente per motivi ideologici.

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Immagine realizzata con Leonardo.ai

Al di là di qualsiasi cosa faccia, Trump viene da questi ultimi perlopiù descritto come un pazzo, amico di altri pazzi, un fascista, un guerrafondaio, un uomo pericoloso e chi più ne ha più ne metta. Una sua sconfitta è una loro vittoria, sebbene il più delle volte nessuno si sia realmente preso la briga di analizzare a fondo le varie questioni.

Intendiamoci, lungi da me voler prendere le parti del presidente degli Stati Uniti che considero, come chiunque tiri le fila nel mondo, un personaggio ambiguo e difficilmente inquadrabile (e nemmeno io me la sento di smentire totalmente alcuni degli epiteti più comuni che gli vengono affibbiati).

Tuttavia, se dopo le guerre, mani pulite, la seconda Repubblica, i politici attuali, la massoneria ed il caso Epstein non abbiamo ancora capito che ragionare per ideologie è quanto meno anacronistico, forse conviene gettare la spugna, dedicarsi al giardinaggio a tempo pieno e scegliere un comodo ritiro alla Dante Alighieri.

Le uniche domande da porsi in questa vicenda sono: qual è stato il vero risultato della cancellazione dei dazi da parte della Corta Suprema? Conoscendo la storia politica ed imprenditoriale di Donald Trump, davvero ci si poteva aspettare che avrebbe incassato il colpo senza reagire?

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Donald Trump, Ike Hayman, Public domain, via Wikimedia Commons

La risposta alla seconda domanda appare piuttosto scontata, ma forse non quanto l'altra, che ci porta alla guerra all'Iran. Raccogliendo i disastri economici lasciati da Biden (o da chi amministrava la Casa Bianca in sua vece), l'amministrazione Trump aveva di fronte a sé due strade: il default finanziario o il rapido riequilibrio della bilancia commerciale, totalmente pendente verso l'estero.

Con la cancellazione dei dazi si è reso necessario agire in altro modo per raggiungere l'obiettivo e quale migliore occasione di una guerra nel golfo, per di più con il fido Israele a fare la parte del vero cattivo? Probabilmente gli Usa si aspettavano una soluzione "alla venezuelana" e di ottenere in qualche modo il controllo del petrolio della zona, ma vista la resistenza dell'Iran e la mancata rivolta della popolazione, si è reso necessario passare al piano di riserva, l'artificioso aumento dei prezzi in Europa.

Il blocco dello stretto di Hormuz ha infatti fatto quasi raddoppiare il prezzo del petrolio al barile e a rimetterci è stato proprio il Vecchio Continente. Il piano di Trump e Netanyahu sembra indirizzato ad annientare del tutto la capacità produttiva non solo dell'Iran, ma di tutta l'area del golfo, con complice involontario proprio il Paese degli ayatollah, che ha iniziato, per una sorta di vendetta, a colpire anche tutti i vicini.

Il calcolo è stato ancora una volta azzeccato: se l'Iran deve affondare, anche in ottica di una ripresa futura, non vuole essere di certo l'unico Paese dell'area a farlo. Una specie di "poveri noi, poveri tutti".

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Miladfarhani, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Al posto dei dazi certi, gestibili in qualche modo a livello commerciale e trattabili sotto quello politico, ci ritroviamo in una situazione di totale caos, destinata a peggiorare con il passare dei mesi. Per l'Europa i fornitori di petrolio sono sempre di meno e ciò costringerà le varie nazioni, a meno di una (ad oggi improbabile) marcia indietro con la Russia, a rivolgersi quasi esclusivamente dagli Stati Uniti.

Piaccia o non piaccia, Trump è fino ad oggi il vero vincitore della partita e mentre in Europa già si inizia a parlare di probabili razionamenti energetici dopo l'estate, a sorpresa, ma non troppo, c'è un unico Paese che da questo caos potrebbe emergere come nuova nazione trainante, grazie a scelte oculate compiute nell'ultimo periodo e soprattutto al Piano Mattei stipulato con l'Africa.

Già, anche qui, piaccia o non piaccia ai "partitopresisti", proprio, l'Italia. Ma questa è un'altra storia e merita di essere approfondita in un altro post.

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