Allo Stadio da Piccolo - a short novel in Italian

in #ita9 years ago

Hi there. The Steemit Italian-speaking community is growing and getting self-aware, so I have decided to publish a few novels which I wrote in my mother tongue. Today's novel is about a kid going to a stadium to watch a football match...he is interested in anything but the match itself. Enjoy :-)

ALLO STADIO DA PICCOLO

 Andare all’Olimpico a 10 anni, con Alessandro e suo fratello grande (Alberto, 14 anni).  

Il padre di Alessandro, occhiali spessi, borsello bisunto e denti gialli (i denti d’oro e quelli veri hanno quasi lo stesso colore) ci accompagna in macchina fino al Foro Italico.  E’ un vero Romano di 45 anni. In due parole: un Signore.  

Dopo qualche raccomandazione, compresa l’immancabile “non fatevi fregare il posto”, ci lascia davanti all’obelisco di Mussolini. Sono ancora troppo piccolo per sapere cosa vuol dire DVX, ma sono affascinato dal “cappello” dorato dell’obelisco e da tutto quel marmo.  

La domenica mattina il viale lastricato è tranquillo, ideale per i bambini che imparano ad andare in bicicletta, ma a partire da mezzogiorno i venditori di bandiere della Roma e della Lazio cominciano ad attendere le orde sportive.  All’ora di pranzo i tifosi si confondono ancora fra i passanti ordinari, poi i grossi e rumorosi autobus verdi dell’ATAC cominciano a vomitare gruppi compatti e rumorosi, che marciano verso lo stadio.  A quel punto arriviamo noi. 

La 126 del padre di Alessandro sparisce nel traffico, e le tre piccole reclute dell’esercito dei tifosi fanno del loro meglio per marciare al passo. I gipponi della polizia annunciano l’ingresso dello stadio. Ma chi dovranno picchiare con quei manganelli? Dei soldatini spauriti come noi, o quei ragazzi grandi e grossi che urlano forte? Mi dico che il loro capo assomiglia molto al bidello della mia scuola, che è gentile, e la cosa mi rassicura. 

Dentro allo stadio, la prima sorpresa. I ragazzoni urlanti non si vedono. Sento i loro cori, ma sono lontani. Invece, siamo circondati da cloni del padre di Alessandro: 45 anni, borsello di ordinanza, sigaretta, radiolina all’orecchio.  

La cosa non mi piace, perché so che i ragazzoni urlanti sono potenzialmente meno pericolosi per noi dei Signori... E’ ben noto che i giovani leoni rispettano i cuccioli e giocano con loro, mentre i maschi adulti talvolta li divorano!  

Come previsto, i nostri posti numerati sono occupati da alcuni Signori, che consumano il loro caffè Borghetti con quello sguardo cinico e sprezzante che solo chi ha passato almeno vent’anni in un ufficio pubblico, cercando di lavorare il meno possibile, riesce ad affinare.  

Io mi sono già rassegnato a cercare un altro posto libero quando Alberto, suscitando la mia sorpresa e ammirazione, apostrofa il Signore che occupa il suo posto e gli chiede di scansarsi. 

Il vecchio leone si volta lentamente, e lo sguardo sprezzante si trasforma in un sorrisetto ironico.  “A regazzi’: fatte l’affari tua!”.  

Alberto trova la risposta giusta. Tradotto in italiano:  “Proprio perché mi faccio gli affari miei, le chiedo di spostarsi”.  

Il vecchio leone e’ perplesso. Il giovane maschio lo sfida, ma la logica delle sue parole è non solo implacabile, ma in più coerente con la filosofia che lui stesso insegna ai suoi rampolli (“non farti fregare il posto!”).  

Alla fine l’istinto paterno ha il sopravvento sulla legge della giungla e i tre leoni si spostano di mezzo metro, consentendo a noi ragazzini di sedersi accanto a loro. 

Adesso siamo parte del branco e io posso finalmente abbandonarmi alle sensazioni forti di questo rito iniziatico.  

Mai vista tanta gente tutta insieme.  

Strano come, una volta cominciata la partita, decine di migliaia di persone sembrano funzionare con un unico cervello: tutti urlano allo stesso momento, tutti fanno lo stesso gesto minaccioso a braccio teso.  Ho l’impressione di essere circondato da automi controllati da un computer centrale. Una bestia assetata di sangue! 

Naturalmente noi tre ci mettiamo subito a imitare gli automi... Dopotutto siamo venuti qui per questo: fare come i grandi! 

Visto che il calcio di per sé non mi interessa affatto, continuo a studiare i Signori divenuti automi. Ogni tanto riprendono fattezze umane, quando scambiano rapidi commenti sulle malefatte dell’arbitro, o indulgono in un’altra attività tipicamente da Signore, cioè scambiarsi informazioni in linguaggio cifrato: 

"Poi l’hai sentito Pino? Che dice per quella cosa...?" 

Sicuramente parlano di cose molto importanti. Non lo sapremo mai!  

Passo il pomeriggio nel mio mondo fatto di osservazioni pazze (...strano vedere migliaia di teste e non riuscire a distinguere le facce, etc.).  

Scambio un minimo di commenti calcistici con Alessandro, giusto per non destare sospetti, e finalmente la partita è finita. Per fortuna la Roma ha vinto, siamo tutti contenti, e non mi aspetto che il poliziotto-bidello ci picchi all’uscita.

 La parte piu’ eccitante della giornata comincia adesso, perché rientriamo in autobus. 

L’autobus verde arriva. I parafanghi sembrano toccare terra. E' pieno da scoppiare di ragazzi urlanti. 

Nonostante questo riusciamo a salire.  Schiacciati come sardine, nel frastuono assordante, la cosa che mi da più fastidio è che sono tutti più alti di me. Se hai un ragazzo accanto, nessun problema, ma quando un Signore ti si avvicina, dal basso ti prendi tutto il suo alito fetido! 

I ragazzi più grandi hanno la testa e le bandiere fuori dal finestrino. Alternano canti calcistici con sfottò alle coppiette che passeggiano in Via del Corso.  

Ad un certo punto, l’imprevisto.  Un Laziale (leggi: tifoso della Lazio) sul marciapiede, contando sul fatto che la fermata successiva è ancora lontana, fa un gesto di scherno all’indirizzo della tifoseria nel bus.  Il gesto, indescrivibile e tipicamente romano, provoca ovviamente un putiferio di risposte e minacce.  

Ed ecco che Alberto, per la seconda volta, mi stupisce e suscita la mia ammirazione.  Senza dire nulla, si avvicina al finestrino aperto, inarca la schiena all’indietro e con un guizzo lascia partire uno scatarro compatto e aerodinamico, che colpisce in pieno il Laziale impudente, da una distanza di almeno 6 metri! Inutile dire che la sua performance è acclamata dagli astanti e gli vale una promozione immediata a “ragazzo grande” nonché un posto stabile al finestrino.  

Il resto del viaggio in autobus è una specie di nirvana, in cui riceviamo dimostrazioni di stima da tutti (anche dai grandi) mentre le urla piano piano si affievoliscono (la densità di urlatori diminuisce dopo ogni fermata). 

Immerso come al solito nei miei pensieri, rischio di mancare la fermata di casa ma per fortuna Alessandro mi sveglia in tempo e mi da'  appuntamento per l’indomani.  

Arrivato a casa, avaro di racconti come al solito, mi chiudo in camera mia.  Prima di addormentarmi, mi chiedo: vale la pena crescere, per poi diventare un Signore

Diventare un ragazzo grande, questo ancora mi va bene...ma non un Signore!          

Sort:  

Schiacciati come sardine, nel frastuono assordante, la cosa che mi da più fastidio è che sono tutti più alti di me. Se hai un ragazzo accanto, nessun problema, ma quando un Signore ti si avvicina, dal basso ti prendi tutto il suo alito fetido! "

Il mio tempo preferito

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