L'agnello pasquale, un modo per riflettere su cosa siamo e cosa vogliamo diventare (non è la solita pippa vegan)

in #life8 years ago (edited)

Carne si, carne no, carne forse. Diciamo che di questi tempi verrebbe più da dire -forse carne- nel senso che quella che si trova al supermercato, la carne destinata al consumo di massa, pur conservandone la forma si rivela imbottita di una serie du schifezze, antibiotici in primis, che la rendono un alimento pericoloso persino al tatto, vedi super batteri o anche semplicemente l’altissima presenza di escrementi in tutti i tagli. 

Quello su cui mi volevo soffermare, vista la pasqua imminente, è il tema dell’agnello, che si presta al ragionamento che mi viene spesso in mente riguardo la diatriba sempre più aspra e crescente tra vegetariani/vegani e carnivori/onnivori. 

Perché si presta bene l’agnellino? Perché a prescindere dagli schieramenti che gli esseri umani sono sempre pronti a costituire per potersi nasconder tra la massa, dietro ad un’idea di cartello della quale non si devono per forza conoscere tutti i particolari, e quindi non bisogna riflettere su tutto, perchè lo farà il gruppo, sarà la massa a farlo per noi, penso che sia poi la pratica, concreta, a determinare quanto in quelle parole a sostegno di una certa ideologia ci sia della sostanza o siano solo fumo, contenitori svuotati del loro significato. E la pratica con cui si crea il processo produttivo, perché a prodotto si riduce l’esistenza dell’agnellino, del classico abbacchio pasquale, è decisamente pregna di significati iconici che si prestano alla formulazione delle domande che mi, ed in questo caso ci, provo a porre. 

Veniamo al punto, senza prendere in esame il ciclo produttivo intensivo, ma mantenendoci ad un livello più rurale diciamo, il classico contadino che nella sua azienda, piccola azienda agricola a conduzione familiare, ha anche quelle 100, 200 pecore al pascolo. Libere eh! Per carità! In pratica mentre noi festeggiamo il capodanno, le pecore del bravo contadino cominciano a partorire gli agnellini, verso fine febbraio i piccoli iniziano a pascolare con le mamme e vengono tenuti, sempre con le mamme, separati dal resto delle pecore, che continuano a pascolare poco più in là. La settimana di pasqua, verso il mercoledì, mamme ed agnellini vengono spinti, dal buon pastore, all’interno di un recinto e, una volta riunite tutte all’interno, il padrone entra ed inizia a selezionare gli agnelli migliori, quelli pronti ad essere macellati. Si inizia ad aggirare per il recinto e, visto che dovrà ripetere l’operazione più volte, per non stancarsi ha bisogno che gli agnelli non scappino, quindi si aggira facendo l’indifferente e puntando l’agnello, poi gli si avvicina, loro si raggruppano e scappano tra le gambe delle mamme che impotenti strillano mentre il padrone, il buon padrone, afferra l’agnello e lo lancia dentro al camion pronto a partire per il mattatoio. L’operazione si ripete per quanti agnelli ci sono, almeno per quelli ritenuti abbastanza grassi in quel momento, in un clima di terrore che rievoca quello di un qualsiasi campo di sterminio, privo di ogni forma di pietà.

 Pietà ho detto, perché quello che è davvero difficile da capire è come si possa tollerare la violenza su un essere vivente completamente indifeso, come si possa tollerare la violenza e l’arroganza di allestire tutto un ciclo produttivo per mettere al mondo degli esseri viventi solo per strapparli alla madre e macellarli 4 mesi più tardi. Di pietà si tratta, la stessa che ci muove quando vediamo una violenza su un portatore di handicap, di umanità e cultura, quando sentiamo di una qualsiasi forma di sopruso verso le donne, verso i bambini e gli indifesi in generale. Non ha davvero alcuna importanza che un agnello sia un animale perché la sua sofferenza, paura, la sua esistenza è tangibile per la sensibilità umana, per la pietà, esattamente come lo è quella di un bambino o di un portatore di handicap. La sua esistenza è tangibile per me, che sono un essere umano, e dovrebbe esserlo quindi per tutti. Potrebbe, esserlo per tutti. Il fatto che ci siano degli studi che mettano in relazione il fatto che una persona capace di portare violenza agli animali è più probabile che sia capace di portarla anche ad un altro essere umano confermano quello che è semplicemente ovvio e penso che sarebbe bastato riflettere profondamente sul valore di parole come sensibilità, umanità, empatia, pietà, per evitare ricerche universitarie che arrivassero a questa conclusione. Il rispetto per il prossimo passa, prima, per il rispetto degli animali e della natura che ci ospita. Non potremmo mai liberarci dalla violenza sugli uomini finchè ci sentiremo in diritto di esercitarla sul mondo che ci circonda. Il fulcro della questione è tutta questa, la violenza su un essere indifeso, e per cosa poi? Per il gusto? Per cosa dai, per cosa vale la pensa esercitare un dominio così violento e risolutivo verso l’esistenza di un essere indifeso al punto di farlo nascere con l’unico scopo di provocargli quella sofferenza? 

C’è qualcosa di profondamente preoccupante in tutto questo, preoccupante il fatto che mentre pensiamo di colonizzare Marte siamo schiavi del gusto dell’abbacchio al punto da tirare su questo circo, ed ovviamente quello del contadino da 100/200 pecore è lo scenario meno disgustoso, così cruento però da metterci di fronte a quanto in fondo siamo piccoli e schiavi di cose inutili, anche dannose, al punto da diventare dei mostri che non riescono a provare pietà, almeno pietà, per un essere completamente indifeso. Che non si fermano a pensare quale mostruosità si celi dietro l’idea perversa di allevare esseri viventi, per fargli mettere al mondo dei cuccioli, per poi strapparglieli, mandarli al macello e ricavarci il necessario per mangiare, sopravvivere (perché vivere è un’altra cosa) e ripetere la pratica ogni anno. Colonizzare Marte ed armare una giostra di sangue di queste dimensioni, a livello di impatto psicologico, a livello di superamento di logiche di dominio sopraffazione e violenza che dovrebbero sempre più lasciare spazio alla cooperazione in un’epoca in cui siamo proiettati alla conquista di altri pianeti, andiamo su Marte a fasse l’abbacchio sulla brace? Non pensate ci sia qualcosa che stoni? Il piacere non può essere un piacere quando causa una sofferenza e si fonda un’idea di sfruttamento e dominio lacerante per la costruzione di una sensibilità degna dell’evoluzione che abbiamo (o pensiamo di avere) raggiunto. 

Sarebbe il momento di provare a tenere a bada gli istinti più bassi, e con bassi intendo quelli che implichino una posizione di forza e supremazia,  dovremmo aver raggiunto dei livelli di sensibilità tali da riuscire a farlo, da riuscire a capirne l’importanza, la cooperazione tra specie e l’integrazione dell’uomo nell’universo circostante dovrebbe sempre essere la base del motore che ci muove nel cammino evolutivo. Come può essere evolutivo far nascere un agnello apposta per sgozzarlo e venderlo? Cosa ci sarebbe di evolutivo in un’epoca in cui sappiamo come trarre nutrimento da qualsiasi cosa? A me sembra davvero buffo, visto da un punto di vista poco poco più macroscopico, che possa esistere una polemica tra carnivori e vegetariani. Penso che ci sia un malinteso storico sulle basi fondanti della critica vegetariana e vegana al consumo di carne e, di riflesso, alla critica che subiscono dai cosiddetti carnivori. Fino a quando ognuno proporrà la sua opinione come quella risolutiva sarà sempre criticabile, troverà sempre qualcuno pronto a trovarlo -in fallo- su qualcos'altro che fa nella sua vita che è criticabile tanto quanto il finanziare l’industria della carne, come le scarpe che ha ai piedi fatte da un bambino in Indonesia o la macchina con cui va in giro tutti i giorni che spara nanoparticelle nell'aria. Essere vegetariani/vegani è una scelta personale che non deve sollevare nessuno dai suoi obblighi morali alla partecipazione in un processo di conoscenza e consapevolezza. Il fatto di aver raggiunto una certa sensibilità non è sufficiente se ci porta solo a trattare il prossimo con superiorità ed a non fare nient’altro per contribuire al processo evolutivo che ci vede come parte, e non padroni, dell’universo. Ma sulla violenza verso i deboli, gli indifesi, sulla pietà che bisognerebbe mostrare verso chi non può difendersi, addirittura verso chi viene messo al mondo unicamente per trarne un profitto economico, sull’empatia di cui prendersi cura durante un processo di crescita evolutiva alla quale tutti dovremmo tenere, chi diavolo potrebbe contraddirti e con quali argomentazioni? Che è giusto picchiare un handicappato? Che l’abbacchio è troppo buono? Che uccidiamo agnelli da mille anni? Questo e poco altro, non ci dovrebbero essere problemi ad isolare il troglodita e presentare agli altri il raggiungimento di uno stadio evolutivo superiore come un bene maggiormente importante rispetto al gusto dell’abbacchio. 

Finché ognuno combatterà la propria lotta con se stesso attraverso l’essere vegetariano o vegano senza porsi domande su come veramente mettere fine a questo scempio attraverso la ragione, attraverso semplicemente quello che è chiaro come l’acqua di fonte, cioè che la violenza e l’esercizio del dominio su chi non può difendersi è una cosa profondamente degradante, ecco, degrado è la parola che meglio descrive questo particolare aspetto dell’essere umano contemporaneo, perché è degradante, sempre, esercitare qualsiasi tipo di violenza e dominio verso deboli ed indifesi; perché è degradante non poter far camminare a braccetto evoluzione intellettuale e pratica di massa per logiche economiche, per difendere questa o quell’altra lobby che non può essere smantellata da un giorno all’altro; perché è degradante insultare una persona che mostra una sensibilità maggiore della tua, e potrei continuare all’infinito perché, fondamentalmente, è sempre vera la storiella della casa con le fondamenta marce che non potrà stare mai in piedi nonostante le opere di ristrutturazione ai piani superiori, e quello che è più degradante per l’uomo moderno è dovere, ancora, essere servo di un dio per cui festeggiare la pasqua con un sacrificio animale. "Tutto il resto", come diceva il grande Califfo di cui in questi giorni ricorre l’anniversario della morte, “è noia”.
Buona pasqua a tutti


"Con le budella dell’ ultimo prete strangoleremo l’ultimo re” cit.